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“L’ombra della Sindone”: intervista a Edoardo Crisafulli

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di Rosetta Savelli

“Buongiorno Edoardo, complimenti per l’impegno culturale e professionale e, a tale proposito, ti chiedo da dove ha origine questo tuo vivere e lavorare nel mondo?”

Buongiorno, Rosetta. Grazie. Ho semplicemente lavorato molto, da sempre, con passione. E chi semina, prima o poi, raccoglie. Sono nato e cresciuto a Rimini in una famiglia che, per l’epoca, aveva davvero qualcosa di esotico — oggi lo sarebbe meno, oggi Rimini è molto più multiculturale. Mia madre era anglo-irlandese, mio padre siculo-ungaro-tedesco. Già il mio cognome, in una Rimini allora quasi interamente romagnola ed emiliana, e magari un pochino marchigiana, aveva qualcosa di insolito. In casa si parlavano tre lingue: italiano, inglese e tedesco, anche se quest’ultimo restava più una sonorità familiare, una presenza in sottofondo. Era la lingua madre di mia nonna paterna, profuga dalla Transilvania. Mia madre, che poi se ne pentì, non volle che imparassimo il tedesco. Era ancora segnata dalla guerra: suo zio Frank, ufficiale della marina britannica, era stato ucciso dai tedeschi durante il conflitto. Io stesso porto come secondo nome “Nokter”, quello di uno zio ungaro-tedesco naturalizzato italiano che, invece, venne ucciso dai partigiani comunisti nel 1944 perché faceva da interprete per la Wehrmacht. Nella mia famiglia, dunque, si erano incrociati tre eserciti diversi: quello italiano, quello britannico e quello tedesco. Mio nonno paterno, Giovannino, catanese, combatté in Africa Orientale e fu fatto prigioniero dagli inglesi. Accanto al plurilinguismo e alle diverse nazionalità — che, andando indietro nel tempo, aumentano ulteriormente — convivevano anche differenti tradizioni religiose: cattolici, protestanti, bahai. Credo ci sia anche una lontana radice ebraica. Sono cresciuto, insomma, in un clima profondamente cosmopolita e multiculturale. Fin da bambino, ascoltando i racconti dei miei genitori e dei miei nonni, desideravo una vita che mi portasse all’estero. Detto questo, mi sono sempre sentito insieme internazionalista e italiano. Non potrei essere nazionalista o sovranista neppure volendolo. Eppure il mio radicamento nella cultura italiana — soprattutto romagnola — è fortissimo. Lo si vede nelle mie passioni più autentiche: il socialismo liberale e democratico italiano, il mio amore quasi viscerale per Dante e la Divina Commedia, il mio interesse per il dialetto e per la cultura romagnola, che per me continua ad avere il profumo della casa. A dire il vero, il sovranismo italiano mi ha sempre fatto sorridere. Non ho mai capito neppure la fascinazione per il fascismo. L’Italia è probabilmente uno dei Paesi più meticci e multiculturali della storia europea: il vero melting pot siamo noi. E forse è anche per questo che la mia famiglia si è integrata così bene. Penso spesso a una figura come Anna Kuliscioff, che avrebbe potuto essere una mia parente (magari!): ebrea russa naturalizzata italiana, grande protagonista del socialismo italiano e compagna di Andrea Costa, un romagnolo, il primo deputato socialista della storia d’Italia. Mi ha sempre colpito il fatto che una delle figure fondative del socialismo italiano fosse una donna straniera diventata italianissima. È quasi una metafora perfetta della nostra identità nazionale. Da parte materna, poi, prevaleva un repubblicanesimo di matrice irlandese, e quindi mi sono sempre identificato con naturalezza nell’idea di una Repubblica democratica. I monarchici, devo ammetterlo, mi provocano ancora oggi una certa orticaria. Una famiglia così ti lascia inevitabilmente anche inquietudini e problemi identitari (il conflitto fra protestanti e cattolici…). Però, allo stesso tempo, mi ha preparato bene alla diplomazia culturale, che richiede elasticità mentale, capacità di adattamento, disponibilità a comprendere mondi diversi senza sradicarsi. Faccio sempre un esempio semplice: non ho mai avuto difficoltà a capire la differenza fra “russofono” e “russofilo” nel Donbass ucraino. Si può parlare russo come lingua madre e sentirsi pienamente ucraini. Dov’è la contraddizione? Mia nonna paterna, la cui lingua madre era il tedesco, si definiva ungherese di etnia tedesca, ex asburgica e poi cittadina italiana. Le identità reali sono quasi sempre stratificate; sono le ideologie a irrigidirle e trasformarle in miti pericolosi.

 

“La scrittura che importanza ha per te? I tuoi libri nascono da una narrazione spontanea e dinamica oppure da una costruzione più studiata e riflessiva?”

Sono due domande diverse. Parto dalla prima. Per me la scrittura è anzitutto un’esperienza catartica. In una vita spesso molto intensa e stressante, rappresenta un momento di raccoglimento. Scrivere significa fermarsi, fissare idee, rielaborare esperienze. È una sorta di laboratorio interiore nel quale si torna a vivere ciò che si è attraversato. C’è poi, inevitabilmente, anche un elemento egocentrico e utopico: il desiderio di lasciare una traccia oltre la propria esistenza fisica. Credo che ogni scrittore, in fondo, coltivi questa illusione. La scrittura, però, dà insieme gioie e sofferenze. La paragono spesso alla pratica sportiva: ami la bicicletta, ma esistono anche la fatica degli allenamenti, le cadute, le sconfitte. Le vittorie, a meno che tu non ti chiami Umberto Eco, sono rare. Nel tempo ho percepito anche una differenza molto forte fra saggistica e narrativa. Il saggio, in qualche modo, ti protegge; la narrativa invece ti espone, ti mette a nudo. Se prendi sul serio quello che scrivi, inevitabilmente temi il giudizio critico, la stroncatura. Quando iniziai L’Ombra della Sindone uscivo da un lungo periodo di torpore creativo. In parte era paura del confronto con il pubblico; ancora di più, però, era il confronto con i classici. Li guardavo nella mia biblioteca — Alessandro Manzoni, Charles Dickens, Fëdor Dostoevskij — e mi chiedevo: cosa potrei mai aggiungere dopo di loro, io, moscerino al loro cospetto? E poi ancora Italo Calvino, Elsa Morante… figure gigantesche. Sono uscito da quell’impasse vedendo il coraggio di molti narratori contemporanei: persone che hanno accettato il rischio della scrittura sapendo che esistono due nemici terribili per uno scrittore, la stroncatura della critica e il disinteresse del pubblico. Quando si alleano, diventano devastanti.

Alla fine bisogna semplicemente credere nella storia che si vuole raccontare. Si affida il proprio messaggio al mare, come una bottiglia lanciata nell’oceano, sperando che qualcuno la raccolga. Quanto alla seconda domanda: dipende molto dal genere. I miei saggi nascono soprattutto da un impianto riflessivo e strutturato, anche se poi, durante la scrittura, emergono idee inattese. Nella narrativa accade spesso il contrario: parto da un’intuizione spontanea, da un’atmosfera, da un’immagine, e solo dopo affiora lentamente una struttura più precisa, quasi come una impalcatura che emerge dalla nebbia.

“In riferimento al tuo libro L’Ombra della Sindone, cosa ti ha portato a voler narrare della Sindone, che è anche la reliquia più importante del mondo cristiano?”

Questa domanda completa la precedente. La Sindone mi ha sempre affascinato: per i suoi misteri, certo, ma anche come oggetto in sé, come presenza materiale carica di significati. È stata proprio la Sindone a darmi l’energia per uscire dall’impasse creativa di cui parlavo prima. Ho pensato: ecco una storia che inquieta, interroga, coinvolge. Anche nei periodi più razionalisti e marxisti della mia giovinezza — quando ero fortemente anticlericale, agnostico, quasi ateo — non sono mai riuscito a irridere la Sindone. Ridevo semmai della credulità popolare, come del resto hanno fatto grandi autori della nostra tradizione, da Giovanni Boccaccio in poi. Ma la Sindone no. Davanti a quell’immagine ho sempre provato una forma di rispetto. Credo di condividere, almeno in parte, una sensibilità vicina a quella di Pier Paolo Pasolini: l’idea che in Cristo vi sia una tale nobiltà umana da sfiorare inevitabilmente il divino. Dentro la Sindone, per me, si concentrano quasi tutti i grandi temi della condizione umana: il carisma, il tradimento, il sacrificio, il dolore, il potere, la fede, l’eresia, il dubbio, la morte, il desiderio di resurrezione, il rapporto fra eterno e storico, fra corpo e spirito, fra verità e menzogna, fra il falso e l’autentico, l’immagine nell’arte occidentale… È un oggetto che parla anche a chi non crede. Per questo la considero una sorta di scrigno simbolico dell’umanità.

“Cosa puoi dire ai lettori in riferimento al tuo libro, che poco o nulla ha in comune con Dan Brown?”

Leggevo tempo fa un’osservazione molto acuta dello storico Carlo Ginzburg: tutta la storia, più ancora che contemporanea, è comparativa. Lo stesso vale per la letteratura. Il mio romanzo nasce in una zona sospesa fra Il nome della rosa e il thriller contemporaneo. Di Umberto Eco ammiro la struttura narrativa, il ritmo, la cultura enciclopedica. Però non condivido il suo illuminismo anticlericale. Di Dan Brown, invece, non condivido quasi nulla. Trovo la sua scrittura monocorde, troppo costruita sul meccanismo. La differenza fondamentale è questa: Dan Brown scrive come se ciò che racconta fosse vero, pur sapendo che è falso; io, invece, ho cercato di fare il contrario. Ho scritto come se ciò che racconto fosse falso, lasciando però filtrare lentamente il dubbio che possa essere vero. Non è esattamente la stessa cosa della storia assurda che può essere verosimile, come nei film di Hollywood. E questa, credo, è una differenza sostanziale rispetto a Dan Brown. Lo strumento o congegno narrativo che utilizzo è la parodia e l’esagerazione grottesca.

“Il libro L’Ombra della Sindone è stato scritto in Romagna, dove sei cresciuto, oppure in Kazakistan, dove oggi svolgi il tuo lavoro diplomatico? Perché nel romanzo i riferimenti alla Romagna, oltre che al Vaticano, sono molto presenti.”

L’ho scritto prima del mio arrivo in Kazakistan, dove mi sono limitato soprattutto a migliorarlo e a levigarlo stilisticamente: sarebbe stato impossibile scriverlo ex novo mentre contribuivo a fondare un Istituto Italiano di Cultura, quello di Almaty. Avevo iniziato il romanzo circa cinque anni prima della pubblicazione. Durante la pandemia vivevo a Roma e lavoravo al Ministero degli Esteri. Avevo le serate relativamente libere — cosa rara per chi lavora all’estero, dove spesso siamo impegnati anche nei fine settimana e negli eventi serali — e in quel periodo riuscii a portarmi molto avanti nella scrittura. La Romagna, però, ce l’ho nel sangue. E inevitabilmente è riaffiorata nel libro. A dire il vero, nelle prime versioni del romanzo era molto meno presente. Poi un caro amico e intellettuale, Gianmaria Turi, dopo aver letto il manoscritto, mi diede un consiglio molto prezioso: “Devi caratterizzare meglio i personaggi, altrimenti rischiano di sembrare burattini di legno”. Aveva ragione. E allora ho capito che, per dare davvero vita ai personaggi, dovevo tornare alle mie radici, identificarmi in un luogo preciso, in una cultura concreta. Così è nato Marione, il romagnolo trapiantato a Roma, un personaggio nel quale inevitabilmente c’è anche qualcosa di me stesso. Del resto anch’io ho vissuto a Roma per alcuni anni, durante il mio lavoro alla Farnesina. E, vivendo a Roma, non puoi non essere affascinato dal Cupolone di San Pietro.

“Il tuo libro L’Ombra della Sindone conta 462 pagine, eppure la narrazione si svolge nell’arco di soli dodici giorni. Come spieghi questa contrapposizione fra tempo e spazio?”

Mi permetto, su questo punto, di contraddire editori e critici che ripetono continuamente che “breve è meglio”. Le altre critiche le accetto volentieri. Ma davvero dobbiamo diventare schiavi del mercato e dell’ossessione contemporanea per la brevità? Come si può affrontare anche solo marginalmente un tema legato al cristianesimo, alla fede, alla storia e alla metafisica in duecento pagine senza banalizzarlo? I dodici giorni rappresentano la struttura narrativa essenziale del romanzo: tutto si concentra in un arco temporale ristretto, apparentemente normale. Ma il tempo della narrazione — così come il tempo del pensiero e della lettura — non coincide mai con quello dell’orologio. Quando leggiamo, ricordiamo o riflettiamo, il tempo può dilatarsi enormemente. Ho cercato di accompagnare il lettore in una sorta di viaggio onirico, a occhi aperti. E credo che tu abbia colto un punto importante: il romanzo riflette una contraddizione che appartiene alla nostra stessa esistenza. Non tutti i giorni hanno lo stesso peso. Alcuni scorrono come un minuto; altri sembrano contenere un’eternità.

L’Ombra della Sindone, oltre ad avere una forte matrice filosofica e teologica, è anche un thriller che affida a due donne la risoluzione dell’intricata vicenda. Come nasce questa scelta?”

Torno ancora una volta al consiglio del mio amico Gianmaria Turi. Per dare autenticità ai personaggi dovevo riuscire a identificarmi emotivamente in loro. E il modo più naturale, per me, era guardare alle persone che sento più vicine: le mie figlie. Dentro quei due personaggi femminili, Veronica ed Emanuela, convivono frammenti della loro sensibilità, del loro modo di percepire il mondo. Ma c’è anche qualcosa di mia madre: il suo cattolicesimo intensissimo, quasi mistico, molto irlandese nella sensibilità spirituale, pur immerso nel cattolicesimo romano, che invece possiede una dimensione più terragna, quasi fisica. L’eredità celtica, del resto, si è riversata nel cristianesimo in forme molto particolari, talvolta perfino bizzarre, ma affascinanti. Credo che questa stratificazione spirituale si sia insinuata nel romanzo.

“Nel tuo ruolo di Direttore dell’Istituto Italiano di Cultura di Almaty, quanta importanza ha oggi nel mondo la cultura italiana?”

Questo lavoro, ormai, è diventato una seconda pelle. Lo svolgo da quasi trent’anni e non esiste più un vero confine fra dimensione privata e professionale: lo vivo intensamente. L’Italia è amatissima nel mondo. Lo è attraverso la musica lirica, l’arte, il cinema, la letteratura, il teatro, il design, la moda, la gastronomia. Siamo, oggettivamente, una grande potenza culturale. E questo comporta anche una responsabilità enorme. Anzitutto l’umiltà. Perché le culture non sono mai mondi chiusi: noi stessi abbiamo assorbito moltissimo da altri popoli. Penso sempre alla figura straordinaria di Marco Polo: commerciante, viaggiatore, ma anche antesignano della diplomazia culturale. Nel mio lavoro ci sono due aspetti dell’identità italiana che gli stranieri mi hanno fatto comprendere meglio. Il primo riguarda il nostro rapporto con il dettaglio. È vero: spesso veniamo percepiti come disorganizzati, soprattutto da culture più rigorose come quella svizzera o giapponese. In parte perché in noi prevale spesso l’arte dell’improvvisazione. Eppure, contemporaneamente, siamo percepiti come ossessionati dalla cura del dettaglio nelle cose che amiamo davvero. Basta osservare una tavola italiana preparata per una festività: la tovaglia, il servizio, i fiori, la disposizione delle pietanze. Quando mia moglie prepara la tavola per le feste, io ci vedo quasi un’opera d’arte artigianale. Dietro c’è cultura, memoria, senso estetico, disciplina invisibile. Lo stesso vale per la cucina italiana: ogni ingrediente ha un senso preciso, ogni variazione nasce dalla conoscenza profonda della tradizione. Forse noi italiani siamo semplicemente organizzati in modo diverso. Lavoriamo molto per “canovacci”, il che talvolta nelle strutture complesse genera dispersione; ma quando creiamo qualcosa — dall’arredamento al cibo, dall’abbigliamento a una semplice cena fra amici — emerge una precisione quasi maniacale. Io stesso, devo ammetterlo, sono meno spontaneo e creativo di molti miei connazionali. Spesso mia moglie mi rimprovera perché indosso la cravatta sbagliata!  La parte anglosassone e asburgica della mia formazione mi rende indigesta l’improvvisazione. Però gli stranieri mi hanno insegnato a riconoscere quanto la cura del dettaglio sia profondamente italiana. Il secondo aspetto riguarda la creatività. Gli stranieri ne sono affascinati. Vorrebbero quasi scoprire la formula segreta che ha permesso all’Italia di produrre così tanti capolavori in tutti gli ambiti dello scibile. Naturalmente una formula non esiste. L’impulso creativo non nasce a comando. Poi serve disciplina per dare forma concreta all’intuizione. Però è vero che il mondo guarda all’Italia come a un luogo in cui la creatività permea perfino la vita quotidiana. Prima di vivere all’estero pensavo che gli stranieri fossero interessati alla nostra cultura in modo più specialistico — la lirica, il Rinascimento, il cinema ecc. In realtà sono affascinati anche da uno stile di vita, da una certa idea estetica dell’esistenza. È anche per questo che, insieme al nostro ambasciatore Antonello De Riu, abbiamo avviato una serie di dialoghi italo-kazaki sulla creatività italiana, curati dallo scrittore e organizzatore culturale Gianluigi Ricuperati.

“Descrivi con tre aggettivi il tuo libro sulla Sindone.”

Ne rubo uno all’italianista Giuliana Nuvoli che, durante una recente presentazione a Palazzo Firenze della Società Dante Alighieri, lo ha definito “folle”. Aggiungerei “intrigante” e “sconvolgente”. Perché, alla fine, il romanzo ha catturato perfino me che l’ho scritto. A un certo punto ho iniziato a chiedermi: e se fosse tutto vero davvero? E se la Sindone fosse autentica? E se quei misteri alludessero a qualcosa di ancora più profondo? Ma qui mi fermo. Anche perché il mistero non riguarda soltanto la formazione dell’immagine o l’origine della reliquia. Riguarda anche il curioso atteggiamento di prudenza, anzi di timidezza, della Chiesa cattolica stessa di fronte al paradigma scientista.

“Nel nostro tempo qual è il valore autentico della reliquia? Può ancora essere un ponte fra la Terra e il Cielo?”

Credo che oggi un certo illuminismo anticlericale sia inadeguato, è miope rispetto alla complessità poliedrica del presente. Penso a un numero che la rivista MicroMega ha dedicato a demolire l’autenticità della Sindone. Perché? Non sarebbe più affascinante un approccio pasoliniano al mistero della fede tramite l’osservazione di una Reliquia che manifesta i segni della Passione? Raztinger, credo, aveva colto nel segno quando, riprendendo una celebre formula, etsi Deus non daretur, invitò noi laici o agnostici a pensare come se Dio invece ci fosse.  Questo non era un invito subdolo a convertirci; era un suggerimento intelligente a guardare il mondo con uno sguardo più profondo, che possa abbracciare dimensioni diverse. Non intendo, sia chiaro, rinnegare i valori illuministici e laici, ma piuttosto ripensare il rapporto fra visibile e invisibile, fra finito ed eterno. La reliquia — e la Sindone in particolare — è straordinariamente attuale perché tiene insieme il materico e lo spirituale. Da un lato c’è un oggetto concreto, un tessuto; dall’altro una figura che trascende la storia e l’umano: Cristo come figlio di Dio, profeta o messia. Paradossalmente, proprio oggi, nell’epoca dell’arte digitale e della riproducibilità infinita, il tema della materialità torna centrale. Cos’è l’originale? Cos’è la copia? Esiste ancora davvero una distinzione netta? Io credo che la Sindone possa essere contemplata – anche da chi non crede – come una straordinaria opera spirituale e artistica, quasi un varco verso altre dimensioni dell’esperienza umana. Forse è proprio questo il senso più profondo della reliquia: un punto materiale attraverso cui l’uomo tenta ancora di accedere allo spirituale, a qualcosa che oltrepassa la semplice materia di cui siamo fatti. Perché noi siamo carne, tempo, finitudine; e proprio per questo sentiamo continuamente il bisogno di qualcosa che ci trascenda. “Non di solo pane vive l’uomo.”

 

 

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