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L’incanto perduto del Cairo: quando l’Idea brucia l’Amore

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di Elena D’Alessandri

Con ‘Tornare al Cairo’, edito da Neri Pozza (352pp., 20 Euro), Denise Pardo firma un romanzo che è, al contempo, un’indagine politica e un’opera di raffinata archeologia sentimentale. Dopo il memoir ‘La casa sul Nilo’, l’autrice torna nella sua città natale per ricostruire, attraverso la finzione, il momento esatto in cui un mondo cosmopolita è andato in fumo sotto i colpi della Storia.

 

La narrazione prende il largo nel 1940. Kate Lambert, giovane inglese dal temperamento indomito, da una Londra oscurata dalla guerra si trasferisce con suo padre in un Cairo abbacinante, una ‘Babele di odori e lingue’, dove la comunità internazionale vive in una bolla di apparente armonia. Qui Kate costruisce la sua famiglia dell’anima: donne diverse per età, origini e tradizioni, unite da un legame d’affetto solido in un melting pot brulicante di vita, spezie e profumi. Ed è qui che la protagonista, in occasione di una celebrazione, conosce Hafez, giovane e affascinante intellettuale egiziano che tuttavia si legherà presto ai circoli nazionalisti che preparavano la svolta politica. Il loro incontro accende una miccia che brucerà per oltre un ventennio: un amore che si rincorrerà negli anni, tra avvicinamenti e fughe, appuntamenti clandestini e balli allo Shepheard’s Hotel, senza mai riuscire ad approdare a una sintesi definitiva.

Un legame che rappresenterà il crinale di passaggio tra due epoche: da una parte, il colonialismo britannico, al suo tramonto, dall’altra, l’ascesa dei ‘Liberi Ufficiali’ di Nasser. In questo contesto, Hafez sarà combattuto tra la lealtà verso la rivoluzione patriottica e il sentimento verso Kate, una donna che ama ma che incarna il ‘nemico’.

In questa lotta tra l’Amore e l’Idea, la Storia entrerà prepotentemente dalle finestre, trasformando gli amanti in esuli o stranieri in patria.

La città del Cairo partecipa attivamente all’evolvere della narrazione come un organismo vivo che muta pelle.

L’Autrice descrive con precisione la metamorfosi della città-mondo aperta a greci, ebrei, armeni e italiani, che improvvisamente si chiude in un nazionalismo ottuso.

In particolare, la sensazione di sradicamento di Kate, che rifiuta di tornare a Londra ma si sente soffocare dall’odio crescente verso lo straniero, diventa l’allegoria di una civiltà che brucia i propri ponti con il passato.

 

A sigillare questa complessa architettura narrativa è la qualità della prosa di Denise Pardo. La sua scrittura è ‘tattile’, capace di far sentire al lettore il riverbero del sole sulla pelle o il sollievo della chiara d’uovo usata come rimedio tradizionale contro le scottature. Evitando ogni esotismo di maniera, l’Autrice mette a frutto il suo sguardo da giornalista d’inchiesta: la sua è una parola pulita, millimetrica. Una lezione di stile su come la memoria possa essere nobilitata dalla letteratura, trasformando il ricordo in un archivio morale di rara bellezza.

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