Lo Zibaldone - Recensioni

Le rovine e la luce – La commovente testimonianza del Parroco di Gaza

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Il setaccio della speranza: diario di un’umanità sotto assedio

di Elena D’Alessandri

 

Scrivere di Gaza oggi significa inevitabilmente maneggiare il peso delle macerie, ma nel diario di padre Gabriel Romanelli, Le rovine e la luce – La commovente testimonianza del Parroco di Gaza, (scritto con Guillaume de Dieuleveult), edito da Piemme (270pp. 19,90 Euro), il cemento polverizzato dai missili non è l’unico protagonista. Accanto alla distruzione Padre Romanelli scorge una luce – quella della fede e della speranza, e affronta la quotidianità con un atteggiamento grato, riconoscente – che squarcia come una lama quel che resta dei soffitti di quelle che erano un tempo abitazioni piene di vita, una gratitudine che sembra quasi assurda se letta dal comfort delle nostre case.

Romanelli, argentino di origini ma figlio adottivo di quella striscia di terra martoriata, compone un racconto che è l’antitesi della retorica melensa. Non c’è spazio per il sentimentalismo quando la giornata è scandita dal setaccio della farina: un gesto antico, quasi biblico, che qui diventa una lotta contro i vermi che infestano le poche scorte rimaste per poter sfornare un pane che sa di resistenza.

Il sacerdote scava nei ricordi della sua giovinezza in Argentina, rievocando una famiglia incline al volontariato ma perplessa davanti a una scelta vocazionale tanto radicale, che dal calore di Buenos Aires lo ha portato in quella terra martoriata da un conflitto che dura ormai da troppi anni e in cui oggigiorno i droni rappresentano una costante. È proprio il ronzio di questi occhi d’acciaio sopra la parrocchia della Sacra Famiglia a dettare il ritmo di una narrazione frammentaria, fatta di ore lunghissime, di bisogni primari negati, di morte, distruzione e fatica.

Eppure, in questo isolamento forzato, emerge la forza di una comunità che non è solo cristiana o araba, ma profondamente umana: un ecosistema multietnico che si aggrappa alla solidarietà per non farsi polverizzare.

Il libro trasuda un’amarezza lucida che si fa monito politico, nel senso più alto e civile del termine. Romanelli non punta il dito contro nessuno, evitando di cadere nel gioco delle fazioni o delle colpe incrociate; il suo racconto diventa però uno specchio urticante per noi e per i “grandi” della terra.

È il richiamo silenzioso di chi osserva strategie decise su tavoli lontani che ignorano sistematicamente le ripercussioni sulle vite degli invisibili, trasformando popoli interi in “effetti collaterali” di una partita a cui non sono stati invitati. Quello di Romanelli è un resoconto di fede nuda, che non chiede miracoli ma ringrazia per le briciole che restano, ricordandoci che la vera tragedia non è solo la rovina delle pietre, ma l’indifferenza del mondo verso chi continua a restare, nonostante tutto, sotto di esse.

 

 

 

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