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“La Storia” al Vascello: un coraggioso atto di indagine civile

Franca Penone e Francesco Sferrazza Papa
di Lorenzo Pompeo
A oltre cinquant’anni dalla sua pubblicazione, La Storia rimane uno dei casi editoriali più significativi della letteratura italiana contemporanea. Uscito nel 1974 per espressa volontà dell’autrice direttamente in edizione economica, il romanzo scatenò un dibattito critico feroce: la sinistra militante lo accusò di essere un’opera reazionaria che esaltava la rassegnazione degli umili dinanzi a una “Storia” vista come male metafisico imbattibile. Nonostante il successo di pubblico e la difesa di intellettuali come Cesare Garboli e Natalia Ginzburg, il libro non ricevette riconoscimenti istituzionali immediati (il Premio Strega del 1974 andò infatti a Guglielmo Petroni, mentre Morante lo aveva già vinto nel 1957 con L’isola di Arturo).
Oggi l’opera è riconosciuta come un pilastro del canone mondiale per la sua capacità di dare voce alle “vittime” e per la tensione tra la “Grande Macchina” del potere e le fragili esistenze individuali.
Portare sulla scena un romanzo di oltre seicento pagine, caratterizzato da un’alternanza tra fredde cronologie storiche e lirismo popolare, rappresenta una sfida produttiva e artistica di notevole complessità. Il progetto firmato da Fausto Cabra e Marco Archetti tenta di risolvere l’ampiezza corale del testo attraverso una sintesi rigorosa, affidando l’intero universo della scrittrice romana a soli tre interpreti: Franca Penone, Alberto Onofrietti e Francesco Sferrazza Papa.
La produzione si poggia su un impianto scenico che tenta di rendere “tridimensionale” la lettura, trasformando i dati storiografici in suggestioni visive e sonore attraverso video e luci.Tuttavia, il coraggio di questa operazione deve fare i conti con la natura intrinseca del materiale di partenza. Lo spettacolo adotta un frame narrativo in cui una donna contemporanea rilegge il romanzo in un aeroporto, fungendo da tramite tra il pubblico e il testo. Questo espediente, pur giustificando la soggettività della visione, evidenzia la difficoltà di equilibrare le parti recitate con quelle meramente narrate, portando a una struttura che a tratti può apparire non perfettamente coesa, ma molto efficace dal punto di vista didattico (così come è concepito, sembra essere uno spettacolo indirizzato alle scuole). Se da un lato la versatilità dei tre attori permette di evocare una moltitudine di figure, dall’altro la necessità di sintetizzare il pullulare di personaggi e animali del romanzo concentra l’attenzione quasi esclusivamente sul nucleo familiare di Ida, rischiando di smarrire parte della vastità corale originaria.
L’esperimento del Teatro Vascello si distingue dai precedenti tentativi (spesso limitati a reading o progetti di teatro di comunità) per la volontà di creare una versione organica e professionale. Cabra cerca di coniugare l’analisi testuale tipica della scuola di Luca Ronconi con la pulsazione vitale appresa da Carlo Cecchi. Al netto dei limiti formali legati alla riduzione di un testo così monumentale, l’operazione rimane un atto di coraggio e onestà intellettuale: non cerca di offrire consolazioni politiche, ma pone lo spettatore dinanzi all’enigma irrisolto tra violenza e amore, riaffermando il valore della “tenerezza” incarnata da Useppe come unica condizione capace di restare incontaminata dall’orrore della Storia, rivelando così l’ineluttabile violenza del potere, che colpisce, senza una vera e propria distinzione, sia gli “oppressi” che gli “oppressori” a cui si oppone solo la compassione per le sue vittime.


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