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Lo Zibaldone - Recensioni

La meditazione vivente

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di Francesco Roat

La meditazione vivente, di Paolo Ricci, non è semplicemente una traduzione commentata del Japjī ‒ inno inaugurale del Granth (il testo fondativo del Sikhismo) ‒ ma un vero e proprio lavoro di interpretazione spirituale che mira a restituire al lettore occidentale la portata iniziatica e trasformativa del poema di guru Nanak. Il libro si colloca in una zona di confine tra filologia, esegesi spirituale e riflessione filosofica, assumendo consapevolmente il rischio di una lettura non neutra ma coinvolta.

Il Japjī è un testo di estrema densità simbolica, nel quale dottrina, poesia e pratica meditativa sono inscindibili. Ricci ne è pienamente consapevole e costruisce la sua traduzione come un atto interpretativo, rifiutando sia l’approccio puramente letterale sia quello accademico-descrittivo. La lingua italiana che ne risulta è sobria, essenziale, talvolta scabra, ma sempre orientata a rendere il ritmo e la forza evocativa dell’originale punjabi. Più che spiegare guru Nānak, Ricci tenta di farlo risuonare in noi.

Il nucleo teorico del volume emerge soprattutto nel commento, dove l’autore sviluppa l’idea di una meditazione non separata dalla vita, non riducibile a tecnica o disciplina formale. Il Japji viene letto come un testo che smonta radicalmente l’illusione dell’io e dell’agire individuale, insistendo sulla centralità del nām, il Nome, inteso non come concetto teologico ma come vibrazione originaria del reale. La meditazione, in questa prospettiva, non è concentrazione volontaria, bensì ascolto profondo del manifestarsi dell’Essere.

Ricci interpreta guru Nānak come un pensatore che rifiuta tanto l’ascetismo quanto il ritualismo, proponendo una via di realizzazione immersa nel mondo. La “meditazione vivente” del titolo indica precisamente questo: una presenza che attraversa il lavoro, il linguaggio, le relazioni, e che dissolve la separazione tra sacro e profano. Il commento insiste sul carattere anti-dogmatico del Sikhismo originario, mostrando come il Japjī si ponga come critica radicale delle identità religiose irrigidite e delle gerarchie spirituali.

Uno degli aspetti più rilevanti del libro è il dialogo implicito con la modernità occidentale. Ricci legge il testo di guru Nānak come una risposta possibile alla crisi del soggetto contemporaneo, frammentato e iper-identificato con il pensiero. Senza forzature attualizzanti, il Japji viene presentato come un dispositivo di decostruzione dell’ego, sorprendentemente affine ad alcune intuizioni della mistica apofatica e della filosofia del Novecento.

Il volume richiede però un lettore disposto a un confronto esigente. Non si tratta di una lettura introduttiva al Sikhismo, né di un manuale di meditazione. Il commento presuppone attenzione, ponderazione e una certa familiarità con il linguaggio simbolico e metafisico. In cambio, offre una delle rare occasioni ‒ nel panorama editoriale italiano ‒ di accostarsi a un testo fondamentale della spiritualità indiana senza ridurlo a oggetto esotico o a strumento di benessere.

Per concludere, La meditazione vivente è un libro che va letto come un esercizio di ascolto più che come un’opera informativa. Paolo Ricci riesce a restituire il Japji come parola viva, capace di interrogare il lettore sul senso dell’agire, del pensare e dell’essere. Un testo rigoroso e radicale, che si rivolge a chi concepisce la meditazione come via di conoscenza e trasformazione, non come pratica per il raggiungimento di un mero benessere psico-fisico.

Paolo Ricci, La meditazione vivente. Il “Japji” di Guru Nanak tradotto e commentato, Ubaldini Editore, pp. 260, euro 25,00

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