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“La Grazia”. Sorrentino e l’ultimo tempo del potere

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di ELISABETTA CASTIGLIONI

La Grazia, il nuovo film di Paolo Sorrentino, in uscita nelle sale il 15 gennaio, non si muove come un racconto politico ma come una lunga interrogazione sul tempo, sul potere e sulla possibilità di restare umani quando la vita è stata interamente assorbita dal dovere. La trama è essenziale e quasi ingannevole nella sua chiarezza: Mariano De Santis, Presidente della Repubblica anziano, vedovo, ex giurista e cattolico, giunto agli ultimi mesi del mandato, deve affrontare due decisioni estreme — la concessione della grazia a due colpevoli di omicidio in circostanze attenuanti e la promulgazione della legge sull’eutanasia. Ma il film chiarisce subito che il vero conflitto non riguarda ciò che è giusto o sbagliato, bensì ciò che resta di un uomo quando le regole che lo hanno definito iniziano a sgretolarsi.

Il Presidente, interpretato da Toni Servillo, è un corpo istituzionale in disarmo: un uomo che ha costruito se stesso attraverso il diritto fino a coincidere con esso. L’innocenza dell’inizio, solo evocata, si è trasformata nel tempo in burocrazia morale, in abitudine travestita da principio. Quando questa struttura entra in crisi, non produce ribellione ma vuoto. Il presente diventa una zona compressa, schiacciata da un passato che non passa — il sospetto mai provato del tradimento della moglie, proprio con il ministro della Giustizia — e da un futuro che non riesce più a immaginarsi.

La crisi è tutta interiore e ossessiva. Le conversazioni con la moglie defunta non elaborano il lutto, ma rivelano una dipendenza: l’amore come appartenenza totale, che ha sacrificato la conoscenza di sé e dei figli. Il diritto, per una vita intera strumento di ordine e salvezza, si scopre improvvisamente incapace di contenere l’umano. La figura della figlia, interpretata da Anna Ferzetti, diventa allora decisiva: non coscienza morale, ma punto di frizione tra norma e buon senso. È lei a ribaltare l’asse generazionale, mostrando come, a un certo punto, siano i genitori a dover inseguire i figli per non restare ancorati a un mondo che non esiste più. La legge sull’eutanasia smette così di essere un tema astratto e diventa una ferita concreta, attuale.

Intorno al Presidente si muove un mondo di figure istituzionali e mondane, tra stereotipi e kitsch, che non fanno da semplice contorno ma funzionano come specchi deformanti: ministri, ambasciatori, apparati, rumori del presente — tecnologia, musica, consumo — che rendono evidente quanto quel mondo non gli appartenga più. Il surrealismo che attraversa il film (dal Papa nero in motocicletta alle apparizioni quasi profetiche sul tappeto rosso) non è decorazione, ma cortocircuito: sospende la gravità del reale per mostrare l’insufficienza di ogni sistema razionale a governare l’esistenza.

La lentezza di La Grazia è una scelta radicale. Sorrentino rinuncia all’azione per lavorare sulla durata, sull’attesa, sulle epifanie minime: una passeggiata, una finestra, un piatto di quinoa, un brano musicale che transfuga in colonna sonora siderale. È lì che affiora la chiarezza, mai definitiva, di un uomo che scopre come lasciarsi vivere e lasciarsi morire possano assomigliarsi pericolosamente.

Alla fine, il film non offre soluzioni ma si erge a simil trattato cinematografico sul rapporto tra pensiero e azione, entrambi attraversati da un diritto che deve continuamente giustificare la propria esistenza e la propria evoluzione. La grazia, suggerisce Sorrentino, non è assoluzione né atto sovrano: è la possibilità di rinunciare al controllo e abitare il presente. Forse l’unica forma di libertà rimasta.

 

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