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Io sono Leonor Fini
Al Palazzo Reale di Milano fino al 22 giugno un’esposizione che ripercorre le tappe principali della carriera dell’artista
A quasi 100 anni dalla sua mostra d’esordio del 1929 negli spazi privati della milanese Galleria Barbaroux, Leonor Fini (Buenos Aires, 1907 – Parigi, 1996) torna a Milano con un’esposizione che ripercorre le tappe principali della sua carriera artistica.
Leonor Fini nacque a Buenos Aires il 1907, da madre italiana, ma di ascendenze tedesche, e padre argentino con origini italiane. Dopo una burrascosa separazione, madre e figlia rientrarono a Trieste nel 1909. La bambina fu al centro di una strenua lotta tra i genitori, e il padre, pur di ricondurla a sé per riportarla in Argentina, tentò di rapirla. La madre, per impedirlo, ricorse al travestimento: Leonor Fini in futuro adotterà spesso, anch’essa, questo stratagemma per scandalizzare o per divertire amici e colleghi.
Cresciuta nell’atmosfera della Trieste del Ventennio, ove si contavano numerose le figure di letterati di livello internazionale (Svevo, Saba, Bazlen) e di artisti, la Fini iniziò a disegnare da bambina. Dal 1925 seguì le lezioni di pittura di Edmondo Passauro, il quale segnò la pittura finiana almeno sino al suo passaggio parigino. Nel 1928 partecipò alla II Esposizione del Sindacato Fascista di belle arti con tre ritratti, tra cui quello di Italo Svevo. Nel 1929 espose sedici sue opere nella galleria di Vittorio Barbaroux. Entrata in contatto con l’ambiente meneghino, conobbe gli artisti più importanti del tempo tra cui Carrà, Sironi, Campigli e De Chirico.
Affascinata dai travestimenti, occupava la scena mondana partecipando a balli mascherati dove indossava maschere e abiti ideati da lei, realizzati da celebri stilisti e documentati da servizi fotografici. A Roma lavorò molto per il teatro e per il cinema (suoi i costumi per Giulietta e Romeo, premiato con il Leone d’oro nel 1954). Nel corso dei lunghi soggiorni estivi presso un’antica torre di avvistamento sul lungomare di Anzio, oppure presso il monastero abbandonato di Nonza, in Corsica, riuniva i suoi amici più intimi, insieme ai quali si dilettava in happening, dove mescolava il travestimento a fotografia, pittura e disegno.
Dopo la morte della madre (1971), alla quale l’artista era molto legata, la sua pittura divenne maggiormente introspettiva. Sulle sue tele comparvero figure femminili sospese tra la sfinge e la bambola, ispirate anche a Heinrich Füssli e a William Blake.
L’esposizione, ponendo una particolare attenzione al suo carattere contemporaneo, rappresenta un’occasione per riscoprire la figura della pittrice. Le opere dell’artista italo-argentina esposte affrontano infatti tematiche al centro del dibattito d’oggi, quali la messa in discussione del genere e dei modelli consolidati di famiglia, mascolinità e femminilità.
FOTOGRAFIE
Leonor Fini, Autoritratto, Dama dal cappello rosso (1968; olio su tela, 84 x 61 cm; Trieste, Museo Civico Revoltella)