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Il bacio feroce di Roberto Saviano
di Valeria Susini
Ancora una volta il soggetto di sfondo di questo secondo atto sono le madri, le uniche che conoscono i meandri profondi e invisibili delle loro creature, le uniche che sanno strappare baci autentici e sentiti, non feroci. Sono quelle madri a cui si appella l’autore partenopeo per poter scovare il segnale anticipatorio di un deragliamento prossimo e irreversibile; madri che potrebbero o dovrebbero rivolgersi ad “altro”, al fuori del rione; andare oltre le strutture parastatali di boss e organizzazioni camorristiche. La madre di Biscottino, tuttavia, sembra convincersi per un attimo a rivolgersi a quell’altro, allo Stato, e, ironia della sorte, sarà proprio quella la condanna del proprio bambino. Lo Stato diventa condanna, infamia, peccato irredimibile. Lo Stato non opera come nei film americani in cui l’FBI diventa l’angelo custode del collaboratore, l’ombra invisibile. Lo Stato si attiva come un elefantiaco marchingegno burocratico, pesante, ingombrante, estremamente visibile. Non sembra proprio ci sia speranza di uscire dalla melma, se non deviando per tempo, andandosene, forse… ma vediamo che nemmeno questo è sempre salvifico. Se la lontananza che si frappone tra sé e i miasmi camorristici è solo geografica, la condanna arriva ugualmente, prima o poi.
In Bacio Feroce ci viene delineato il profilo di un’esigenza doppia: quella di una distanza interiore, una diversità da far germogliare nei bambini, da far crescere e fertilizzare, magari a partire proprio dalle madri; e una presenza da recuperare e impiantare in forma stabile, forte come una roccaforte, immensa come una madre immortale, quella dello Stato.