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Fredric Jameson, Postmodernismo ovvero la logica culturale del tardo capitalismo

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di Irma Loredana Galgano

 

Dalla pubblicazione della prima edizione di Postmodernismo (1989) molti fenomeni “emergenti” sono venuti alla luce: la retorica delle identità, il risorgere aggressivo dei nazionalismi e delle fedi religiose, una decisa virata sostanzialista nel discorso sulla cultura, la perdita di carisma della “teoria”, la prosopopea di un “terrorismo” inteso in modo mistificatorio ma simbolicamente efficace come un attore globale dotato di una volontà e di un programma unitario, il ritorno della guerra appellata con il suo nome e non come operazione di polizia internazionale, intervento umanitario o altro, la globalizzazione intesa come pietra di paragone di ogni riflessione.

Di fronte a questo scenario servono ancora le categorie postmoderne? (D. Giglioli, 2026)

 

A partire dagli anni Cinquanta e Sessanta il postmoderno segna e determina le polemiche e i dibattiti culturali che mirano a specificare i delineamenti concettuali e le caratteristiche peculiari di questo periodo.

Il postmoderno è strettamente legato all’esperienza di crisi e declino che risalgono al periodo che accade immediatamente dopo la seconda guerra mondiale. Al centro di queste considerazioni appare la presa di coscienza della crisi del moderno causata dai cambiamenti storici ma anche da quelli socio-culturali (A. Grabara, 2009).

Negli anni Settanta, la diffusione e il consolidamento della posizione del termine postmoderno sono dovuti particolarmente all’attività di riviste letterarie quali Boundary2, la cui poetica propagava i concetti significativi di disintegrazione del soggetto, della realtà e della società, l’apertura della struttura dei testi letterari, quindi la predilezione per le opere senza chiusura né confini, e soprattutto la negazione del senso di declino e delle tendenze apocalittiche (P.A. Bové, 1995). La fase più recente, risalente agli anni Ottanta testimonia la fioritura di diversi termini che, servendosi del prefisso post, alludono al postmoderno e ampliano la sua portata: postcontemporaneo, postciviltà, postfordismo, postcristianesimo, postumanesimo, postnucleare, postpositivismo, poststrutturalismo, postmarxismo, postnichilismo, postindustriale (D. Davis, 1980).

Tutti questi termini mettono in rilievo un momento di passaggio tra l’ordine del passato concluso con la prima metà del Novecento e l’epoca venuta dopo, insicura di sé stessa, caotizzata e disorientata dalle proprie regole di essere (A. Grabara, 2009).

L’attuale “blocco storico”  (Finelli e Gatto, 2024) vede il sistematizzarsi del perdurante compromesso tra un’ipermodernità intesa quale valorizzazione e accelerazione di istanze capitalistiche attive ben prima della svolta linguistica con cui si è soliti segnalare l’aurora del postomoderno (o l’eclissi del moderno) e una postmodernità estenuata, vale a dire colta in una permanente attività di sovrastrutturalizzazione della struttura. Se lo  intendiamo beneficiando del prefisso iper- il postmoderno avanzato rispecchia  l’avanzamento o l’avanzata del capitalismo planetario nella forma di un modo di produzione votato al superamento di qualsivoglia limite. Se invece intendiamo il nostro presente alla luce del post- appare come un avanzo o un’estenuazione stanca di moduli già battuti dall’industria culturale o dalla società dello spettacolo, ormai capaci di produrre passivi posizionamenti critici o fasulle proposte neoilluministiche, nonché vicoli ciechi in cui si arenano progetti intellettuali di cambiamento o di rivoluzione.

La potenza dell’astrazione capitalistica consiste oggi nello sconvolgere il rapporto dialettico tra struttura e sovrastruttura, presentandosi variamente nelle forme di una struttura che si fa immediatamente cultura, estetica o pensiero, e di una sovrastruttura che non sembra avere margini di distacco critico dal modo di produzione e circolazione che la nutre e alimenta, perché appunto sua articolazione propulsiva. Per cui i moti di esteriorizzazione della realtà capitalistica coincidono con la capacità, sempre più mimetica, di nascondere dominio e signoria nell’apparizione superficiale di libertà espressive ed estetiche (M. Gatto, 2025) .

 

Per Jameson la postmodernità – intesa come specifico periodo storico e non come stile (architettonico, filosofico, pittorico, musicale o quant’altro) – costituisce la terza fase del capitalismo, separata da una frattura radicale rispetto al periodo precedente della modernità (che Lenin denominava fase dell’imperialismo). La globalizzazione è la postmodernità e viceversa. Si tratta di due termini diversi che descrivono esattamente lo stesso fenomeno storico e lo stesso periodo economico: uno sottolinea la sua espansione economica, l’approssimarsi a un mercato mondiale definitivo, l’altro mette a fuoco le strutture e le forme culturali nelle quali è giunta a esprimersi questa mutazione.

Quella proposta dall’autore è una teoria specificatamente marxista della postmodernità: la modernità è l’espressione di una modernizzazione incompiuta e la postmodernità di una modernizzazione e di una mercificazione tendenzialmente molto più compiute rispetto a quanto si è visto finora nella storia. Per cui egli afferma che la teoria della postmodernità resta il quadro più fecondo entro il quale perseguire e concettualizzare tutti i nuovi problemi – tanto politici quanto sociali e culturali – davanti a cui ci pone il nuovo momento storico.

Il postmodernismo è ciò che ci si trova di fronte allorché il processo di modernizzazione si è compiuto e la natura è svanita per sempre. Rispetto a quello precedente, si tratta di un mondo più compiutamente umano, nel quale tuttavia la cultura è diventata un’autentica “seconda natura”. Così, nell’analisi dell’autore, nel postmodernismo la cultura è diventata un prodotto a sé e il mercato si è completamente trasformato nel surrogato si sé stesso, in una delle tante merci che contiene, mentre la modernità rappresenta ancora tendenzialmente la critica della merce, oltre che il tentativo di far sì che essa si trascendesse. Il postmodernismo è il consumo della pura mercificazione come processo.

Andare incontro a una fase di postmodernità significa allontanare la traiettoria dello sviluppo sociale dalle istituzioni della modernità e puntare verso un nuovo e diverso tipo di ordine sociale (A. Giddens, 1994).

 

Con una discontinuità che ha segnato indelebilmente il dinamismo dell’attuale panorama economico e culturale è mutato il nesso di immedesimazione tecnologia-società. Le tecnologie informatiche concretizzano mutamenti che toccano l’antropologia stessa delle persone, in un contesto che attiva e disattiva in modo selettivo gli individui, le comunità e persino le nazioni, a seconda della rilevanza loro attribuita nel raggiungere gli obiettivi prioritari, elaborati nelle reti di comunicazione elettronica (M. Castells, 2008).

In questo processo cognitivo, la rete diventa un nuovo luogo dell’essere, con un ethos dell’interattività in grado di produrre condivisione, cooperazione, confronto e critica serrata nelle attività più diverse. Uno spazio sconfinato in cui sta diventando possibile ripensare la natura stessa dell’uomo e ricostruire la civiltà di un mondo frammentato, bisognoso di radicali ristrutturazioni e di nuove forme di organizzazione personale e sociale (G. Di Donato, 2009) .

Ed ecco allora che, per rispondere al quesito iniziale posto da Giglioli in capo al libro al pari di una sfida, si può affermare il persistere dell’utilità e della necessità delle categorie di modernismo e postmodernismo soprattutto nella misura in cui la loro analisi porta a una migliore comprensione del presente e del futuro.

 

Note bibliografiche (in ordine di consultazione)

 

  1. Giglioli, (2026) Introduzione a Postmodernismo ovvero la logica culturale del tardo capitalismo, Einaudi, Torino.
  2. Grabara, (2009) Intorno al concetto di postmodernismo, in W.K. Wojtynek-Musik, A. Parisi, G.L. Parisi (a cura di), La sfida eraclitiana nella narrativa italiana postmoderna, Wydawnictwo Uniwersytetu Śląskiego, Katowice.

P.A. Bové, (1995) Early Postmodernism. Foundational Essays, Duke University Press, Durham.

  1. Davis, (1980) Post-Everything, in Art of America.
  2. Finelli, M. Gatto (2024), Il dominio dell’esteriore. Filosofia e critica della catastrofe, Rogas, Roma.
  3. Gatto, (2025) Autoritarismo delle superfici e ideologie anti-teoriche. Osservazioni sulla postmodernità avanzata, International Gramsci Journal, Vol. 6, n. 2.
  4. Giddens, (1994) Le conseguenze della modernità, Il Mulino, Bologna.
  5. Castells, (2008) La nascita della società in rete, Egea, Milano.
  6. Di Donato, (2009) La rete aperta: riflessioni sui valori e le regole dell’innovazione 2.0, Informatica e Diritto, XXXV annata, Vol. XVIII, n. 1.

 

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