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Elba Book inaugurerà la settima edizione con il Premio Appiani
«Questa traduzione è frutto di una collaborazione particolarmente stretta con l’autrice e con diversi traduttori dall’ebraico ad altre lingue – esordisce Scardi – Durante il lavoro ho infatti trascorso una settimana a Gerusalemme insieme ad Ayelet e a colleghi traduttori al francese, al polacco e all’inglese. Si è verificata così la possibilità di un raro, proficuo, scambio di idee. Il lavoro del traduttore è spesso anonimo e solitario. Ricevere questo premio rinnova le mie energie e la passione nei confronti di ciò che per me rappresenta non solo una professione, ma anche la pacificazione di un’identità composita. Sono nata in Italia da madre israeliana, cosicché fin da giovanissima Italia e Israele hanno costituto parte essenziale del mio orizzonte. Sono cresciuta e ho studiato in Italia, ho trascorso buona parte della mia vita adulta in Israele e poi sono tornata a vivere a Milano, mia città natale. Fin da quando ho scritto la tesi di laurea su tre scrittori israeliani, mi sono resa conto che la letteratura è il modo migliore per conoscere la storia e l’anima di Israele e di coloro che ci vivono».
«La traduzione è da sempre un paradigma di accoglienza, perché non assimila lo straniero cancellando ogni sua caratteristica estranea, né si arrende servilmente all’altro fino a perdere la propria identità – aggiunge Carmignani – La traduzione è un incontro che preserva e arricchisce entrambi, offrendo in questi tempi di migrazioni e nuove convivenze un modello di valore non solo linguistico e letterario, ma etico, sociale e politico; un esempio di come si possano superare i confini e sfumare le separazioni tra noi e loro, tra dentro e fuori, tra chi è incluso e chi è escluso. La traduzione c’insegna ad abitare la frontiera, la terra di nessuno che è spazio d’incontro perché non appartiene più alla lingua e alla cultura che ci si è lasciati alle spalle e non appartiene ancora a quella in cui si è diretti, uno spazio che fa paura perché tocca la nostra identità – conosciamo davvero noi stessi solo guardandoci con gli occhi dell’altro – ma che proprio per questo ha molto da insegnare a tutti».
Il premio dedicato a Lorenzo Claris Appiani è nato sei anni fa per celebrare la memoria del giovane avvocato ucciso nel tribunale di Milano e il legame con la sua terra d’origine, con l’intento di dare luce alle figure quasi invisibili dei traduttori, attori insostituibili e necessari nel delicato processo di mediazione culturale.