Lo Zibaldone - Recensioni
Cose di famiglia
Non è facile raccontare la violenza domestica senza scivolare nella trappola dei cliché, ma Sara B. Elfgren ci riesce puntando al cuore di ciò che fa davvero paura: non il mostro nell’ombra, ma l’uomo impeccabile che ci dorme affianco. Con Cose di famiglia, edito da Marsilio nella collana Farfalle (304pp., 20 Euro), l’autrice svedese firma un romanzo ad altissima tensione che prende in prestito le atmosfere del gotico classico per vivisezionare il lato più tossico e manipolatorio dei legami affettivi.
Tutto ruota attorno al rapporto sbilanciato, quasi magnetico, tra le due protagoniste. Per Mirjam, l’esistenza di Nia è stata una bomba a orologeria esplosa a quattordici anni: scoprire di avere una sorellastra segreta — nata dallo stesso padre, nello stesso anno — distrugge l’illusione della sua famiglia perfetta e porta al divorzio dei genitori. Eppure, da quella spaccatura nasce un legame segreto e profondo. Nia sapeva già tutto di lei e Mirjam, superato lo shock, trova in quella sorella inaspettata una presenza insostituibile, un amore incondizionato. Un’alleanza simbiotica, interrotta negli anni solo dall’inclinazione di Nia a legarsi costantemente a ragazzi sbagliati, spesso violenti…
Quando, anni dopo, Mirjam affronta la fine della sua relazione storica, l’invito di Nia per il quarantesimo compleanno sembra l’occasione per ricucire il loro rapporto. La festa si terrà sull’isola delle estati della loro infanzia, un luogo che dovrebbe essere rifugio e invece riapre vecchie ferite: oggi l’isola appartiene a Konrad, il marito di Nia, l’ultimo degli uomini violenti che hanno segnato la sua vita lasciandola inerme, incapace di sottrarsi.
Dal momento in cui Mirjam mette piede sull’isola, la tensione cresce in modo quasi impercettibile, fino a trasformarsi in una trappola claustrofobica. Quando una tempesta improvvisa isola la casa dal resto del mondo, bloccando ogni possibilità di fuga, la situazione evolve con conseguenze irreversibili.
Il punto di forza del romanzo è la precisione con cui Elfgren racconta il meccanismo dell’abuso. La violenza di Konrad non ha bisogno di esplosioni, che tuttavia arrivano di tanto in tanto: è fatta di isolamento, gaslighting, sensi di colpa e sguardi taglienti. Attraverso gli occhi di Mirjam, costretta a osservare l’imprigionamento emotivo della sorella senza sapere come salvarla, il lettore attraversa un’angoscia lenta, amplificata da un paesaggio nordico che diventa specchio delle crepe interiori dei personaggi.
Cose di famiglia si rivela così un thriller psicologico maturo e affilato. Un romanzo che parte in sordina per poi travolgere chi legge, ricordandoci che la trappola più difficile da spezzare è quasi sempre quella costruita da chi dice di amarci.