Narrativa
Angelo Gaccione: “L’incendio di Roccabruna”
Sfuggito a possibili ritorsioni, questo libro è giunto infine a noi strutturato in 15 quadri narrativi, uniti da un forte filo conduttore che li rende un’unica e coesa narrazione storico-antropologica ambientata in Calabria dall’anno 1000 ai giorni nostri. Potremmo definire questo filo rosso una iperbole del male, un male estremo, colto nelle sue varie sfaccettature storicamente concrete, di una violenza cupa e feroce, persino truculenta come ne “I cannibali”: “(…) uno dei briganti… tagliò col coltello un pezzo di coscia… lo infilò ad uno spiedo e dopo averlo arrostito, lo divorò sotto gli occhi eccitati della folla” (p.57). Soprattutto sono illuminate le ingiustizie e le empietà, le angherie dei signori (e la conseguente giustizia barbaricina) come nel racconto “L’incendio di Roccabruna” che dà il titolo al libro, dove non viene risparmiata nemmeno la grazia di una fanciulla pura come l’acqua: “La ragazza fu impastoiata e condotta nel palazzo di Roccabruna, dove don Vincenzo se ne poté saziare a piacimento…. Qualcuno disse che quel giorno persino le pietre delle vie si rivoltarono” (p.25). Sotto i riflettori è un mondo patriarcale arcaico fatto di faide e vendette, dove si giura bevendo il mestruo delle sorelle (p.38), ma anche semplicemente il male che arreca l’infausto destino. Sepolta viva, la florida e prorompente Clorinda farà dire al poeta: la bellezza muore giovane (p.63).
Se nella raccolta di versi Lingua mater la lingua dialettale è la lingua che canta il dolore, ne L’incendio di Roccabruna, che pure è dedicato alla madre, la lingua italiana della narrativa è la lingua che specchia il male. Sia pure, come ha commentato lo stesso autore in un’intervista, con qualche lieve concessione ai modi proverbiali (“corvi con corvi non si cavano gli occhi” (p.84) o alle forme dialettali (“dduvi u judici penni a giustizia mori” (p.84). Fatto salvo questo distinguo, resta di fondo che entrambe le lingue affondano le radici nella stessa terra.
Scrive Bonura nella postfazione che “tra i narratori meridionali che hanno esordito dopo il neorealismo e l’ubriacatura della neoavanguardia, Angelo Gaccione si distingue per una scelta linguistica orgogliosamente regionalistica, forse convinto che la letteratura italiana o riprende i suoi contatti con le radici oppure è destinata a disperdersi in un ambizioso quanto vacuo internazionalismo” (p.109). E questo appare tanto più vero quanto più si va incontro ai dissesti della globalizzazione. Ma per Gaccione questo rischio non c’è, così saldamente ancorato ai valori della memoria più profonda di una comunità e della sua umanità. Raccontare è tramandare: “Ditelo ai vostri figli” (p. 29) chiude il racconto “La taglia”. Stile legato alla terra, quello di Gaccione, e ad una oralità propria di una ormai remota civiltà contadina. Lo rivelano le chiuse, spesso di natura sapienziale (p.53, p.63), o le sentenze in stile aforismatico “chi è stato servo se ne dimentica” (p.28), o i moniti “non perdete mai la memoria” (p.80). In questi racconti è racchiuso il gioiello dell’oralità antica di un vecchio patriarca, Giuliano Greco, “che dispensava l’oro delle sue parole (…) era come un grosso baule pieno di sapienza (…) e come sapeva narrare…” (p.66/67), forse esistito davvero, fonte originaria d’ispirazione per lo stesso Autore.
In Gaccione, dunque, l’immaginario, la memoria e la lingua affondano le radici nella terra di Calabria, in linea, come afferma Consolo nell’introduzione, con il “carattere realistico, oggettivo, storico e sociale /della / letteratura meridionale /e/ calabrese.” E benché l’Autore in incipit avverta i lettori “che queste storie sono assolutamente false”, tuttavia aggiunge “che possono apparire talmente reali da sembrare inverosimili” (p.9). Ciò non toglie che, in questa voluta ambiguità, realistico sia il suo stile, a tinte nette, con una grande forza immaginifica delle similitudini e, nelle ricostruzioni storiche, capace di rapidi ed efficaci giri di sintesi: “Poveri e ignoranti sotto l’aristocrazia feudale, poveri e ignoranti sotto la borghesia rurale giacobina. Superstiziosi e rozzi sotto la bandiera della Restaurazione,
In sintesi, per un Autore che ha ormai cinque libri di racconti all’attivo, può dirsi che L’incendio di Roccabruna consolidi uno stile del racconto breve, fortemente concentrato e, nella sua tensione narrativa, memorabile.
Ma per noi giunti in fondo, dopo tanta devastazione, nessun rite de sortie o lieto fine? Allora dal male non c’è redenzione! Se non conoscessi l’Autore per il suo impegno civile oltre che per la sua passione letteraria, potrei essere tentata di leggere in questa narrazione una resa mimetica al male. Ma quasi fosse un paradosso, in Gaccione, che pure implacabilmente racconta del male, tensione etica e narrativa non sono mai disgiunte, fino a porre il quesito: “può essere colpevole la letteratura?”(p. 89). Nei racconti, d’altronde, è lo stesso Autore che parla (per bocca del personaggio scrittore) del suo “amore per la verità mai venuto meno, il coraggio civile, sì… forse il coraggio, il coraggio di dire le cose, di schierarsi, questo era la costante dei miei scritti…”; lo scrittore con il suo sguardo in profondità e capacità di penetrazione: “Fu come avere attivato un terzo occhio in grado di trascendere le ragioni comuni e di arrivare a illuminare il cuore ultimo delle cose, la notte cupa della verità”(p.89). Al male, allora, per quanto estremo, pare dica Gaccione, non ci si arrende, si combatte.
Angelo Gaccione
L’incendio di Roccabruna
Di Felice Edizioni 2019
Pagg. 120 € 12,00