Lo Zibaldone - Recensioni

Andrii: una scia di luce tra due mondi

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di Elena D’Alessandri

Ci sono storie che non chiedono solo di essere lette, ma di essere accolte come un dono prezioso e fragile. “Le due vite di Andrii Rosliuk” edito da Arkadia (158 pp., 15 Euro) è una di queste. Olivia Crosio, con una sensibilità rara e una penna capace di farsi trasparente per lasciare spazio alla verità dei fatti, raccoglie il testimone di un’esistenza vissuta con un’intensità che sfida ogni logica biologica.
Per capire chi è Andrii, bisogna tornare alle sue radici, alla sua Ucraina. Sin da bambino si distingue per la sua mente brillante e vivace, animata da una curiosità onnivora che lo spinge a esplorare ogni linguaggio. C’è la passione per la musica, quel bisogno viscerale di suonare che lo accompagnerà sempre, e c’è il rigore dello studio: la laurea in ingegneria – come i suoi genitori, anche se sua madre ha poi virato per l’insegnamento – seguita dalla decisione coraggiosa di cambiare strada e dedicarsi all’informatica. Andrii è un giovane che non subisce il futuro, lo progetta. È fatto di sogni, di amicizie profonde e di una voglia di vivere che esplode nella sua risata e nelle sue mille idee.
Eppure, molto prima del fragore delle bombe, la sua esistenza subisce un colpo inaspettato, una diagnosi che suona come un feroce verdetto: una rara forma di leucemia linfoblastica acuta. La malattia diventa un conflitto interiore che Andrii affronta restando sé stesso con una dignità ferma, quasi analitica: non un malato, ma un uomo che progetta. Eppure, proprio quando il traguardo sembrava vicino — con un trapianto di midollo ormai imminente che rappresentava la sua promessa di salvezza — il destino decide di sovrapporre la guerra alla sua personale battaglia.
L’invasione del suo Paese lo costringe così a un esodo forzato nel momento di massima vulnerabilità fisica. L’approdo in Italia, a Milano, con sua madre Nataliia, che lo accompagna verso quelle cure che il conflitto gli sta negando, segna l’inizio di una nuova sfida: non solo clinica, ma culturale. Eppure, nonostante lo smarrimento in una terra straniera, la barriera linguistica e il peso di nuove esperienze di dolore, quella di Andrii è una storia piena di speranza e gratitudine.
Il cuore del racconto italiano batte in un monolocale di venticinque metri quadri che condivide con Nataliia, un “folletto” pieno di energie e di amore che per sopravvivere alla fatica emotiva, alterna alle lezioni di matematica, che continua a condurre online con i suoi studenti in Ucraina, turni nella cucina della Fondazione che li ospita. In quegli spazi minimi, tra un ricovero e una terapia, si consuma il miracolo della quotidianità: Andrii monta chitarre elettriche, sostiene colloqui di lavoro in inglese e continua, nonostante tutto, a immaginare il suo domani.
L’autrice cattura perfettamente quella capacità familiare – il “metodo Rosliuk” – di scacciare la tristezza, considerata un’inutile perdita di tempo, per aggrapparsi a ogni brandello di bellezza. È una storia di solidarietà elettrizzante, di volontari che diventano famiglia e di un uomo che, fino all’ultimo respiro, si preoccupa di far sì che chi resta non soffra troppo.
Quando diventa chiaro che le terapie non basteranno, Andrii chiede che la sua storia venga raccontata, perché — come dice lui stesso — “comunque vada a finire, sarà stato bellissimo”. Olivia Crosio onora questa promessa. Leggere questo libro significa imparare che la vita non si misura in anni, ma nel segno che si lascia.

 

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