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Anatomia della sottrazione: la furia iconoclasta dell’anoressia nel memoir feroce di Francesca Marzia Esposito
Con “Storia della mia fame”, l’autrice firma una confessione spietata e priva di sconti, traducendo in una prosa affilata e lirica vent’anni di discesa agli inferi: un viaggio claustrofobico in cui la ricerca ossessiva di un ideale di perfezione si trasforma in una gabbia di privazione ed eviscerazione vitale.
La discesa agli inferi ha un inizio come tanti, persino banale: un’estate, al ritorno dalle vacanze passate al Sud, scoprirsi addosso qualche chilo di troppo. Ma è proprio in quel preciso istante che in Francesca Marzia Esposito, allora ventenne, qualcosa si incrina, accendendo la miccia di una guerra spietata dichiarata alla propria genetica di donna mediterranea, castana e curvilinea.
«Ho stinto i capelli fino a bruciarli in paglia, ho usato lenti a contatto colorate finché non ho cominciato a soffrire di calazi. Mi sono inflitta ogni tipo di dieta restrittiva e digiuno per entrare nella famosa taglia 38».
Con Storia della mia fame, edito da 66and2nd (260pp., 18 Euro), l’autrice mette a nudo l’anatomia di un’ossessione che comincia innanzitutto dallo sguardo: l’esame continuo del proprio corpo, il confronto tossico con il fisico asciugato delle altre e l’ostilità crescente verso sé stessa.
La narrazione si dipana lungo un arco temporale di circa vent’anni: un tragico conto alla rovescia in cui i capitoli vengono scanditi dalla progressiva perdita di peso, dai 64 chili originari fino al valore agghiacciante di 33 – eletti a misura millimetrica della sua prigione.
Il tunnel per l’autrice non si chiude con la giovinezza. Dopo una perdita vertiginosa e un assestamento intorno ai 40 chili, il “mostro” torna improvvisamente ad affacciarsi, indifferente davanti ai malesseri fisici crescenti e ad una debolezza estrema che non le consente quasi più di fare nulla: il peso continua a scendere inesorabilmente, fino a toccare i 31,7 kg.
Il memoir è così un resoconto tagliente di una sistematica condotta per sottrazione, dove l’esistenza viene intenzionalmente e progressivamente svuotata di energia, socialità e desideri, mentre l’anoressia si fa sempre più largo rivelandosi come un cancro silenzioso che divora dall’interno.
Con una scrittura quasi carnale e a tratti brutale, capace di far percepire la consistenza del cibo come puro sollievo e immediata colpa, Esposito scava a mani nude nelle pieghe più umilianti del disturbo. Non ci sono attenuanti né scorciatoie consolatorie. La pagina restituisce la quotidianità del supplizio, le notti passate a patire una fame sorda, il freddo cronico, le emicranie devastanti, la perdita dei capelli, senza che questa spirale autodistruttiva conceda mai un attimo di tregua.
Dalla tavola spariscono prima i carboidrati e i dolci, poi quasi tutto, in un disperato tentativo di disciplinare la carne che si traduce in un paradosso tragico: se all’inizio l’autrice non si riconosceva in quel corpo iniziale percepito come “troppo”, col tempo finirà per non ritrovarsi più neanche in quel “troppo poco” spettrale, smarrita davanti a uno specchio che non le restituisce più alcuna identità familiare.
Quel che resta è un grande dolore che l’autrice sintetizza in una domanda disarmante, capace di squarciare la carne ma anche la pagina, che solleva una riflessione inesorabile su quanto noi donne in particolare possiamo trasformarci nelle peggiori nemiche di noi stesse: «Mi chiamo Francesca Marzia e da più di vent’anni soffro di un disturbo del comportamento alimentare. Mi chiamo Francesca Marzia e vorrei davvero sapere a che numero dovrei corrispondere per farmi volere bene, perché si accorgano che io esisto».