Lo Zibaldone - Recensioni

L’orecchio del cuore

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di Francesco Roat

 

L’ultimo libro di Giovanni Giambalvo Dal Ben ‒ dall’accattivante titolo de: L’orecchio del cuore ‒ raccoglie tre saggi intorno ad altrettanti autori che, come recita il sottotitolo, rappresentano tre voci ispiratrici della Comunità Mondiale per la Meditazione Cristiana: associazione di cui l’autore fa parte. Il primo testo si incentra su John Main (1926-1982), monaco benedettino irlandese ma pure filosofo e teologo, oltre ad essere giusto il promotore di una scuola meditativa all’insegna dell’immobilità, del silenzio e della quiete, nonché della metanoia evangelica. Tale meditazione è incentrata sulla pratica del reiterare indefessamente un mantra tratto dalle Sante Scritture; formula questa ‒ o metodo contemplativo ‒ ripresa da Evagrio Pontico, Cassiano e dalla tradizione esicasta.

Ovviamente, nota Giambalvo Dal Ben citando Main: “la ripetizione del mantra non deve essere intesa come una mera tecnica, bensì come una disciplina di vita o, per meglio dire, una disciplina che «ci dà vita e ci trasforma la vita»”. Al di là delle modalità con cui viene condotta una seduta meditativa di questo genere, ciò che importa è riuscire a “dimenticare noi stessi”, abbandonando cioè ogni forma di egocentricità, tramite un netto rifiuto di quella che gli antichi cristiani chiamavano filautìa: quell’eccessivo e nocivo amor proprio che ci allontana da Dio.

Per egoità si intenda, in primo luogo, il mondo mentale con tutte le sue proiezioni, ambizioni e velleità. Trovo opportuno, a questo proposito, lasciare la parola a John Main (la citazione è tratta dal suo saggio Monastero senza mura): “La meditazione è un raggiungere la consapevolezza, e un andare al di là della consapevolezza autoriflessiva. La meditazione è un imparare a guardare al di là di sé stessi, infrangere il sistema chiuso della consapevolezza di sé, la prigione dell’ego, e ciò avviene attraverso la disciplina del ripetere la parola”.

La seconda parte del libro in questione fa riferimento a Giovanni Cassiano: uno dei Padri della Chiesa più illustri, i cui testi hanno suscitato grande interesse specialmente in ambito monastico (ma non solo). Giambalvo Dal Ben puntualizza come l’itinerario spirituale proposto da tale autore possa venir paragonato all’ascesa/ascesi lungo una scala metaforica suddivisibile in due tratti. Il primo, che si raggiunge “con l’emendazione dei costumi e con la purificazione dei vizi”, mira ad ottenere la puritas cordis (purezza di cuore), che implica magnanimità, impassibilità ed un salutare distacco “tanto dalle piccole come dalle più grandi cose”. Il secondo tratto tende ancora più in alto verso il cielo, onde giungere alla contemplazione più elevata.

Certo, di indicazioni metaforiche ed allusive si tratta, in quanto l’obiettivo ‒ l’incontro con quell’indicibile per antonomasia che è Dio ‒ e il modo grazie a cui quantomeno avvicinarsi ad esso può venir descritto solo mediante immagini e/o parole simboliche. Non va infatti dimenticato quanto Agostino nel Sermone 117 rispetto all’ineffabilità di Dio, osservando che: “Tacendo (silendo), la mente forse si occuperebbe di qualcosa degno dell’ineffabile. Infatti, tutto ciò che si può dire non è ineffabile. Al contrario, Dio è ineffabile (Ineffabilis est autem Deus)”. Naturalmente, anche per Cassiano, la ripetizione di una breve formula sacra (mantra) può senza alcun dubbio farci avvicinare molto al traguardo.

Veniamo infine alla terza parte di questo interessante saggio, dedicata a La nube della non conoscenza ‒ uno dei tre maggiori testi mistici del Basso Medioevo, accanto ai Sermoni tedeschi di Meister Eckhart e allo Specchio delle anime semplici, di Margherita Porete ‒, scritta da un autore anonimo inglese nel secolo XIV. Il testo, che si rivolge ad un giovane novizio dell’attività contemplativa e si presenta quale un vero e proprio manuale di contemplazione, tratta principalmente di quella nube che si frappone tra l’ambito assoluto ‒ che potremmo chiamare del sacro o del divino ‒ e quello relativo, caratterizzato dal limite dell’umano conoscere: sempre vincolato al fenomenico.

Secondo il nostro Anonimo, per poter giungere a Dio non bastano certo la ragione e/o la speculazione filosofica; anzi occorre penetrare appunto nella caligine della nube della non conoscenza, scordando qualsiasi altra occupazione o cura. Si tratta quindi innanzitutto di fare silenzio, predisponendosi umilmente all’apertura verso l’Altro per antonomasia: Dio. E, di concerto, è opportuno ‒ o forse, meglio, è necessario ‒ rinunciare ad ogni pretesa di conseguimento; persino ad ogni attesa. Bisogna insomma spogliarsi di tutto (vedi la kenosis cristica), raggiungendo la nudità spirituale. Solo così si potrà pervenire, deo concedente, alla pienezza.

Succo di tale testo meditativo è quanto felicemente sintetizza Giambalvo Dal Ben con le seguenti parole: “Trascurare qualsiasi «visione o falsa immaginazione o stranezza di pensiero», fosse anche il più nobile e perfino santo, e rivestirsi del solo ‘nudo’ desiderio di Dio lasciando che sia Lui ad attirare «il tuo amore su fino a quella nube», come una calamita con il magnete: questo il nucleo essenziale che palpita in ogni singola pagina dell’opera. Tutto il resto sono divagazioni sul tema”:

Giovanni Giambalvo Dal Ben, L’orecchio del cuore. In ascolto delle voci ispiratrici della Comunità Mondiale per la Meditazione Cristiana, Le Lettere, pp. 97, euro 12,00

 

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