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Lo Zibaldone

Significato del perdono. Religione, antropologia, diritto

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di Francesco Roat

Quando Pietro chiede a Gesù quante volte si debba perdonare, il Cristo gli risponde: “Non ti dico fino a sette volte, ma fino a settanta volte sette” (Mt 18, 21-22); una cifra simbolica che equivale a sempre. Eppure il perdono, soprattutto se si riferisce ad un’offesa grave, quasi mai è facile; talvolta appare impossibile, specie nell’immediatezza del delitto o se il danno è ingente o irrimediabile. Ciononostante dice bene Claudio Tugnoli ‒ curatore, con Michele Cozzio, del saggio di autori vari intitolato Significato del perdono ‒: “Non si può vivere senza perdonare continuamente sé stessi e gli altri”.

Poiché coloro i quali, per svariate ragioni, non riescono a farlo: “stipulano un’alleanza con il risentimento” che li condanna ad un rancore perenne in grado di paralizzarli e incatenarli a una sofferenza senza fine nello stallo di un presente ancorato tenacemente al passato e privo di un futuro che non sia il rimuginare intorno alla colpa: sia quella commessa da altri che da un soggetto incapace di perdonare e/o perdonarsi. Così l’assenza di questo atto generoso ci imprigiona nell’amarezza, mentre riuscire a farlo nostro lo fa divenire strumento di libertà, per dirla con Hannah Arendt.

Il perdono, altresì, implica la consapevolezza di riconoscerci come esseri esposti di continuo alla possibilità di errare e compiere il male; ci fa coscienti che lungo la più o meno ampia parabola esistenziale ciascuno di noi non sarà mai completamente/assolutamente innocente, giusto nel senso etimologico del termine, ovvero non in grado di nuocere/offendere gli altri o sé medesimo. Ricordiamo infatti la realistica affermazione cristica rivolta a chi era pronto a lapidare l’adultera: “Chi di voi è senza peccato, getti per primo la pietra contro di lei” (Gv 8,7). Ecco il classico esempio del ribaltamento di una legge spietata, per far sì che emerga l’amnistia dell’amore caritatevole che non abbisogna di condanna ed espiazione.

Secondo gli intransigenti tuttavia ‒ ci ricorda ancora Tugnoli ‒: “Riabilitare qualcuno mediante il perdono comporterebbe (…) una seconda infrazione della norma che già è stata violata dal malfattore”. Ed è pur vero che chi perdona si situa, in un centro qual senso, ben oltre una normativa rivolta solo a punire, la quale esige che il colpevole sconti senza sconto (mi si scusi il gioco di parole) il castigo comminatogli. Però il perdono non sta tanto in una norma legale, quanto in una meta-norma, in un atto gratuito e riparativo che si situa agli antipodi della vendetta/espiazione quale unica forma di riscatto.

Perdonare non comporta certo dimenticare la più o meno intensa gravità di un reato; né significa una troppo facile e generica assoluzione di chi ha trasgredito le regole imposte dalla società di cui, volente o nolente, fa parte. D’altronde quando si parla di pena inflitta al responsabile d’una infrazione, resta pur sempre il problema della responsabilità in sé e per sé, che vari pensatori ritengono mai del tutto riducibile agli atti d’un supposto libero arbitrio, solo astratto/teorico, se ritenuto sempre applicabile a una decisione che può dipendere da molti altri motivi/fattori scatenanti ‒ inconsci, irrazionali, culturali ‒ che l’io non sempre può controllare/reprimere.

Comunque la si pensi, si sia più o meno favorevoli al perdono, resta il fatto che interrogarsi su di esso è senza dubbio cosa opportuna. Lo fanno, giusto in questo saggio, numerosi autorevoli autori. Riguardo al versante prettamente religioso, Massimo Giuliani scrive qui intorno al tema espiazione e riconciliazione all’interno del giudaismo rabbinico. Stefano Zeni inoltre tratta del perdono evangelico, mentre Sara Hejazi si sofferma sul perdono nella tradizione islamica. Infine Massimo Raveri coglie il perdono nella prospettiva della spiritualità buddhista.

A livello antropologico, Antonio Malo analizza l’atto del perdonare quale vero e proprio dono in grado di rigenerare le nostre relazioni. Maria Alessandra Varone analizza il pensiero di Kierkegaard nell’opera Timore e Tremore, intorno al perdono impossibile ovvero alla filosofia del segreto rivelata dal cosiddetto cavaliere della fede, tra scandalo e paradosso. Maria Chiara Italia, non da ultimo, affronta quindi la tematica del perdono nel contesto del tradimento all’interno delle relazioni familiari.

Conclude il libro una sezione relativa al diritto, con tre interventi. Vittorio Italia approfondisce l’esame del perdono all’interno del diritto pubblico analizzando, tra l’altro, concetti/formule quali la clemenza, l’amnistia, l’indulto, la grazia, il perdono giudiziale e il condono. Sergio Bonini incentra il suo contributo relativamente al perdono nel diritto penale attraverso una serie di mirati flash, assai utili al lettore medio che voglia orientarsi in tale ambito specifico. Il saggio termina infine con una riflessione a cura di Ruggero Maceratini riguardo al perdono colto nella dimensione, peculiare ma sempre significativa, del diritto canonico.

AA VV, Significato del perdono. Religione, antropologia, diritto, a cura di C. Tugnoli e M. Cozzio, Tangram Ediz. Scientifiche, 2024, pp. 263, euro 18,00

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