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Musica e psiche

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di Francesco Roat

Semplicemente splendida la definizione della musica formulata da Augusto Romano in un suo recente saggio: “essa è l’albero che affonda le radici nelle regioni oscure e caotiche e tocca con le chiome i cieli intatti dello spirito”. Ad essere precisi, tale immagine prende spunto da un verso di Rilke, che alludendo all’arte del citaredo Orfeo, parla di un “albero” (Baum) che “nell’orecchio sorge”. Ma la metafora del nostro psicoanalista resta felice nel suo far riferimento alla vastità dell’orizzonte espressivo di questo linguaggio senza concetti, in grado di approntare per noi scenari trascendenti e immanenti, di accennare ora a rasserenanti panorami metafisici, ora ad inquietanti abissi inferi.

Ma come parlare della musica, essendo essa senza parole? Si obietterà: non dimentichiamoci però le canzoni, i Lieder, le opere liriche, in cui si parla (cantando) eccome. Verissimo, ma le parole che accompagnano ‒ potremmo dire che parafrasano ‒ la musica non sono propriamente essa, ne costituiscono la veste, l’illustrazione discorsiva. Stanno alla musica giusto come la parafrasi sta alla poesia. Della musica infatti, concordo appieno con Romano, non si può propriamente parlare. La si deve suonare o ascoltare. Di conseguenza l’autore è alquanto perentorio: “mai qui si cercherà di dire cosa la musica sia, ma sempre cosa si racconta intorno alla musica”. Essa ha a che fare dunque con l’indicibile; è sì un linguaggio, ma asemantico e allusivo. Quasi mistico, osserva inoltre l’autore. Di fronte ad esso d’altronde che altro fare se non chiudere bocca ed occhi (myein), arrendendosi/aprendosi al suo mistero (mysterion), un po’ come facevano appunto gli iniziati (mystai) ai culti esoterici orfici ed eleusini nella Grecia antica?

Vladimir Jankélévitch ebbe a scrivere che la musica non dice niente, se per dire intendiamo la comunicazione d’un significato preciso; eppure va riconosciuta ad essa la possibilità/capacità di ospitare una pienezza/dovizia di senso, non dicibile in modo diverso. Resta il problema della intraducibilità della musica mediante il linguaggio verbale/concettuale, a lei senz’altro alieno. Così, nota Romano: “Parlarne rappresenta un tradimento, ma anche una sorta di reiterata circumnavigazione” intorno al variegato e rutilante arcipelago polisemico che la caratterizza. Così, in parallelo, ogni discorso sulla musica non può che essere metaforico, in quanto essa stessa non fa che condurci/traslarci altrove, sempre oltre i meri suoni che pur la compongono.

Forse una delle caratteristiche più interessanti della musica, sempre a detta di Romano, sta nella sua peculiare funzione di testimonianza: “quella di una voce che in se stessa addita l’infinita, l’indicibile ricchezza di ciò che non è stato ancora colonizzato dal logos”, ossia dalla ragione/logica che tutto vorrebbe spiegare e finisce invece solo per piegare entro i suoi rigidi/deformanti paradigmi. Altra caratteristica indagata nel saggio è la dimensione musicale in quanto utopia, la quale può declinarsi: vuoi nel segno della regressione nostalgica verso un agognato/imprecisato stato fusionale (sia esso l’Eden o l’utero materno), vuoi all’insegna di una progressione che non nutre sogni di compiutezza/salvezza ma si nutre dialetticamente: “della contraddizione accettata fino in fondo”.

Va da sé che Romano si soffermi sul tema: musica e prassi analitica, non fosse altro per il fatto che la musica può fornire alla psicoterapia varie suggestioni, le quali favoriscono una modalità di pensiero analogico e, ancora una volta, metaforico. Scrive a questo proposito poeticamente l’autore: “Se l’indicibilità è l’essenza della musica, la terapia – nell’ispirarsi alla musica nel dire parole allusive, parole insoddisfacenti per l’intelletto definitorio, ma che nutrono la curiosità del viaggiatore – la sceglie come madrina, una madrina elusiva, come elusiva vorrebbe essere anche l’analisi. La quale oscilla costantemente tra dicibilità e indicibilità, sapendo di dover gettare uno sguardo, portare una luce, nel pozzo delle immagini inconsce, ma sapendo pure che la luce le disfa senza distruggerle; troppa luce le offende, le irrita, le spinge ad accettare una sfida rovinosa; la penombra le custodisce, rispettandole”.

Come a dire che la terapia dovrebbe aiutare insieme il paziente e il medico curante ad accogliere nella psiche l’indicibile senza la pretesa/presunzione di poterlo mai comprendere esaustivamente. Infatti, sintetizza Romano, alla fine della terapia dovrebbe apparire in maniera lampante che: “c’era poco da capire e molto da sperimentare”. Vero è che sia la musica che l’analisi esplorano ambiti davvero misteriosi (inconsci) e irriducibili alla mera ratio. Ulteriore tratto comune: entrambe necessitano dell’ascolto ed il loro tempo non è certo quello “della quotidianità”. Sia la musica che l’analisi inoltre percorrono strade diverse da quelle codificate/definite dal logos: vie che non sappiamo mai, prima d’averle percorse, dove condurranno; itinerari spaesanti che per essere fatti nostri vanno abitati. Dice bene, a questo proposito, Romano: “per capire la musica occorre restare nella musica; per far procedere l’analisi occorre restare nel qui e ora della relazione”.

E forse davvero l’ascolto e l’esecuzione della musica, come il percorso a due dell’analisi, è una sorta di pellegrinaggio il cui fine/scopo non è tanto raggiungere una meta quanto la gratuità del suo procedere, delle sue soste, delle sue immancabili digressioni e – perché no? ‒ trasgressioni dal presunto retto cammino. Mi fermo qui, congedandomi da questo bel saggio con un’ennesima conclusiva/convincente citazione: “né la musica né l’analisi annullano le contraddizioni: esse ci permettono di viverle fino in fondo, di trascenderle senza uscirne, senza pretendere di sfuggire alla loro presa. Il male, il dolore si possono solo intrattenere. E per questo che paghiamo il biglietto del concerto e l’onorario dell’analista: per imparare a soffrire; o meglio, per imparare a parlare con la sofferenza. Una sofferenza che noi inseguiamo negli innumerevoli meandri in cui si nasconde, fino a quando – Deo concedente – ci accade, come scrive Hölderlin in Patmos, di riconoscere le cose come stanno, cioè di accettarle”.

Augusto Romano, Musica e psiche, Raffaello Cortina Editore, 2021, pp. 190, euro 16,00

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