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Lo Zibaldone

LA strage dei congiuntivi …e non solo

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Le emoticon – quelle buffe faccine che servono a esprimere gli stati d’animo – stanno progressivamente prendendo il sopravvento sulle tradizionali lettere dell’alfabeto, destando così l’interesse di linguisti, semiologi e teorici della comunicazione. TVB e altri improbabili pseudo-acronimi imperano; non c’è più neanche il tempo – o la voglia – di manifestare i sentimenti più affettuosi scrivendo per esteso “Ti voglio bene”. E poi le k che, per una singolare nemesi storica, sostituiscono il gruppo consonantico ch (ki, ke, kome, kosa…), la punteggiatura entropica, le D eufoniche, gli a me mi, le iperestensioni dell’indicativo sul futuro (domani vado a Milano), gli inutili pleonasmi (uscire fuori, entrare dentro, salire su, scendere giù), gli irritanti diminutivi iperbolici (un attimino), i per quanto e i quant’altro lasciati galleggiare a mezz’aria con le loro code sgradevolmente inespresse. E poi i neologismi, i tecnicismi, i forestierismi, alcuni dei quali di difficilissima digeribilità (svapare, attenzionare, efficientare, le skills e l’apericena). E,ancora,i luoghi comuni, le frasi banali, i surrogati di parole, le abbreviazioni simili a codici fiscali e altri,più o meno perdonabili,piccoli errori di gioventù.

Fin qui la reazione potrebbe tradursi in qualche eruzione cutanea, in un disagio temporaneo oin un fastidio lieve. Poi però fanno la loro drammatica comparsa i sò,stò,pò, i qual’è, i pultroppo, i propio, i senpre, gli avvolte (a volte), i daccordo e i d’avvero, le reiterate mutilazioni della lettera h nel verbo “avere”, le parole-jolly fare, cosa, molto e – la più abusata di tutte – importante, gli insopportabili assolutamente sì e assolutamente no che rendono perentorie normalissime affermazioni o negazioni, i piuttosto che usati impropriamente con valore disgiuntivo, gli impianti desinenziali presi a randellate, le frasi incomplete, mangiucchiate, aride e irrelate,i verbi intransitivi goffamente resi transitivi, i troncamenti confusi con le elisioni…

E infine il congiuntivo, il modo verbale della possibilità, del dubbio e dell’incertezza;un signore d’altri tempi, elegante, musicale, funzionale, dotato di straordinaria potenza espressiva, che viene crudelmente sloggiato dal più grezzo ed elementare indicativo, invertito con il condizionale o martirizzato senza pietà. Se io avreiSe io sareiSe io potrei….

Cosa fare? Rassegnarsi? Assistere passivamente al pandemico diffondersi di questa lingua-non-lingua e al più generale decadimento culturale? No.

Dionisio e i suoi sodali (un analista sensoriale, un bibliotecario, un dattiloscopista della polizia e un professore di letteratura sospeso dall’insegnamento a tempo indeterminato) decidono di reagire, in maniera plateale ed estrema, mettendo in atto un grande disegno criminoso per ripristinare la ricchezza della lingua, difenderne l’integrità e celebrarne definitivamente la bellezza. Sono questi i bizzarri protagonisti dell’ultimo romanzo di Massimo Roscia, “La strage dei congiuntivi”, per i tipi di Exorma Edizioni (pp. 324, € 15,50), un originalissimo noir, ritmato, accattivante, paradossale, a tratti irritante;uno stretto intreccio di livelli narrativi diversi; un testo – di borgesiana memoria – ricolmo di metafore, labirinti e finzioni; una vera delizia della Lingua

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