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Storia

Fausto Tanzarella: “Prigionieri del sangue”

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di Laura Pitzalis

“Prigionieri del sangue”, un titolo che rende benissimo la situazione che nel XIV secolo padroneggiava in tante casate della nobiltà medioevale dove odio e rivalità sfociavano spesso in vere e proprie faide che si perpetuavano nelle generazioni e tutti i membri della famiglia dovevano sottostare a questo “odiarsi per eredità storica” e quindi essere “prigionieri del sangue”.

L’omicidio del capostipite di una delle famiglie più in vista di Siena, Anselmo Mazenghi, morto avvelenato dopo un incontro, per cercare un accordo di pace, con Giorgio Guastelloni una casata da sempre rivale dei Mazenghi, infiamma propositi di vendetta da parte di entrambe le famiglie. Per evitare altro spargimento di sangue ma soprattutto per assicurare la pace nella città di Siena, i Nove chiamano a risolvere il caso l’avvocato criminalista Bernardino Cristofori.

Siamo nel XIV secolo e gli strumenti a disposizione del nostro investigatore non sono certo quelli tecnologici che abbiamo oggi. Le uniche armi in suo possesso sono l’intuito, l’esperienza, gli studi dell’arte medica e la valutazione analitica dei fatti: Cristofori osserva le ferite e riesce a stabilire quando, come e dove la vittima è stata uccisa; in base alla loro posizione e profondità è in grado di teorizzare le caratteristiche fisiche dell’omicida. Che dire, un pioniere della moderna criminologia al quale Tanzarella, rifacendosi a grandissimi giallisti come Arthur Conan Doyle o Agatha Christie, ha voluto affiancare un valido assistente, il suo allievo e amico Jacopo di Bencivenne da Gavorrano: Holmes ha Watson, Poirot Hastings, Cristofori Jacopo.

Ho trovato geniali delle scelte che Tanzarella fa nel realizzare il romanzo, come quella di mostrarci un Cristofori con i suoi limiti umani che lo portano nel corso dell’indagine a prendere dei “granchi”, che comunque riuscirà a riscattare. Scelta azzeccata perché in questo modo riesce a suscitare nel lettore un’empatia nei confronti di Bernardino e quindi il suo successo.

Un’altra scelta è quella stilistica. L’autore ha preferito come tecnica narrativa l’esposizione in prima persona, un Io narrante che non è, però, il protagonista del romanzo ma un personaggio a lui vicino: Jacopo. Ascoltandolo mentre ci racconta gli avvenimenti “in tempo reale”, arricchendoli con le sue, a volte ironiche, osservazioni personali, noi lettori istauriamo con lui un rapporto di confidenza e complicità, ci sentiamo parte della vicenda, siamo lì insieme ai personaggi a far parte della storia.

E tutto questo fa sì che il romanzo risulti vincente, un libro per tutti che consiglio a tutti.

Fausto Tanzarella

Prigionieri del sangue

Pascal, 2021

pp. 350, Euro 18,00

 

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