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Eugenio Borgna: “Speranza e disperazione”

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di Francesco Roat

Tratta di disperazione e di speranza l’ultimo saggio dello psichiatra fenomenologico Eugenio Borgna. La prima è spesso la spia d’uno stato patologico in cui precipitano talvolta gli psicotici gravi (ma ovviamente, in certe circostanze sfavorevoli, essa colpisce pure i cosiddetti sani di mente), mentre la seconda dovrebbe appartenere a tutti ed è comunque una valida cura contro l’angoscia e le sue manifestazioni più deleterie.

Attenzione però, precisa l’autore, a non confondere la speranza con l’ottimismo: “che si illude di orientare il futuro lungo il sentiero dei nostri desideri e delle nostre aspirazioni” e prevede sempre scenari favorevoli. La speranza, essendo esposta all’incertezza e allo scacco, non è né miraggio né vagheggiamento bensì ‒ come ebbe a definirla Kierkegaard ‒ passione del possibile, apertura fiduciosa a un futuro che non possiamo prevedere/programmare; è preludio alla ricerca di alternative o vie d’uscita rispetto a ogni tipo di difficoltà o problemi. Si traduce infine, dice bene Borgna, nella non facile disponibilità ad affrontare il mutamento o l’imprevisto.

La vera calamità ci devasta giusto (solo?) quando essa viene meno, cedendo il posto alla sua antagonista: la disperazione, che è la difficoltà/impossibilità di sperare in se stessi e nell’esistenza. Così, quando le ondate della disperazione ci sommergono, diviene estremamente difficile vivere o almeno sopravvivere. Ma ogni eccessiva schematizzazione, se presa alla lettera, risulta fuorviante; tant’è che, specie in ambito psichiatrico ‒ avverte il nostro medico dell’anima ‒ disperazione e speranza sconfinano l’una nell’altra ed anche nel male oscuro dello stato depressivo essa può rinascere dentro ognuno di noi.

Va ribadito tuttavia che speranza non è né chimerica aspettativa irrealistica, né mera attesa miracolistica. La speranza (che è altro dall’illusione) si spinge più lontano dell’attesa perché non si traduce in staticità/passività ma è disposta ad accogliere ‒ come ebbe a scrivere Minkowski ‒ un avvenire più lontano, più ampio. Di contro, la disperazione si rivolge invece regressivamente al passato che vorrebbe invano far tornare e si traduce in svuotamento degli orizzonti vitali, in ripiegamento annichilente su se stessi, in solitudine insana e pessimismo.

Riandando con la memoria ai decenni trascorsi nell’ex ospedale psichiatrico di Novara entro cui egli operava, Borgna ricorda le parole drammatiche e disperate di alcune sue pazienti (talune delle quali riuscirono poi a guarire dalla loro patologia o quantomeno a curarla positivamente) e le porge al lettore come testimonianza della comune fragilità umana e della importanza di un dialogo psicoterapeutico impostato ‒ ben oltre i farmaci ‒ sull’empatia, sulla vicinanza/fratellanza, sull’accoglienza (ma quanto possono curare anche appena uno sguardo gentile, una carezza, una parola opportuna e non da ultimo pure il saper stare accanto a chi soffre in partecipe silenzio). Tutto ciò non basta purtroppo a far superare questa o quella malattia mentale, ma spesso ne favorisce il miglioramento. Lo dice senza mezzi termini Borgna parlando di chi, raggelato nella/dalla apatia, riesce infine a ritrovare il sorriso. “Non c’è in psichiatria esperienza più bella e più struggente della rinascita di un sorriso che aggiunge un filo alla tela brevissima della vita”.

Spesso il totale difetto di speranza finisce con l’inaridire a tal punto un individuo da spingerlo a commettere suicidio. È quanto è accaduto a Pavese, il cui diario e i cui scritti Borgna analizza non già nel tentativo di spiegare le motivazioni del levar la mano su di sé, ma credo per farci meglio comprendere la disperazione estrema che attanaglia tanti uomini e donne Anche il gesto estremo/irrimediabile del suicida, in effetti, è atto umano, troppo umano; e mai va scordato il riconoscimento/ammonimento di Terenzio: Homo sum humani nihil a me alienum puto (Sono uomo e nulla di ciò che è umano ritengo estraneo a me). Ciò a prescindere dal considerare un buon ambito relazionale tra il miglior preventivo/antidoto all’azione suicidaria, giacché: “Non pochi suicidi, quelli che non hanno cause psicopatologiche, si eviterebbero se si parlasse, e si ascoltasse, di più nelle famiglie, e nelle scuole, soprattutto quando si abbia a che fare con adolescenti dalle passioni fragili e dalle speranze talora impossibili”.

A costo di dar l’impressione di ripetermi futilmente, rimarcherò ancora una volta cosa la speranza non sia per Borgna. Niente a che spartire con un’ingenua inclinazione dell’anima incapace di discernere fra possibilità e impossibilità, fra infermità guaribili e inguaribili. Nulla a che fare nemmeno con la rassegnazione o il disimpegno. Non sogno di un futuro felice bensì ‒ per usare un’espressione di Gabriel Marcel ‒ memoria del futuro: nel senso che la speranza si nutre dei ricordi di quanto abbiamo vissuto, rispecchiandosi nella fiducia che abita in noi e che intuiamo possa (non debba) realizzarsi un domani. Per chiudere, un’ultima, felice nonché condivisibile constatazione dello psichiatra piemontese: “Se la speranza non ha una dimensione dialogica, aperta agli altri e all’imprevisto, non è speranza”.

Eugenio Borgna

Speranza e disperazione

Einaudi 2021

pp. 111, euro 12,00

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