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Poesia

Dialoghi con Amin, Giovanni Ibello

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di Gisella Blanco

“Il più antico dei giovani poeti” è la definizione che Milo De Angelis ha scritto nella sua prefazione all’opera “Dialoghi con Amin” di Giovanni Ibello e che anticipa il poemetto nella rubrica “I poeti di trent’anni”, su Poesia Crocetti Feltrinelli. L’autore indaga la cronologia esistenziale attingendo al profetico simbolismo di archetipi (“belve cadenti”, “daimon dello spreco”, “chiromante delle ustioni”, “la vergine”, “scisma dei santi”, “utero incendio”) per sondare le molteplici e irrisolte fratture dell’essere (uno, l’altro o qualcuno, talvolta ciascuno) nell’interscambio divinatorio con la particella essenziale del sé che, in un dialogo visionario, disvela il più intimistico monologo umano. “Amin è quasi giorno,/è la resa dei fuochi invernali/l’ectoplasma del divenire” è individuazione non solo dell’imminenza di un presagio ma anche dell’urgenza di sapere, di essere: quell’urgenza delle “stelle allucinate” che sono oracolo di rovina per l’ardire stesso di domandare “Quanti millimetri ci separano dal buio?”. E’ l’urgenza che “Seleziona con cura/l’abisso entro cui implodere” e sottolinea l’implosione come moto centripeto dei processi etici e psichici che portano l’uomo a credere che “Nessun verso sconta la primavera” ma, anche, a chiedersi quale sia la codifica di “un altro modo per fare alta la vita”. Eppure una alternativa ed esaustiva chiave di lettura dell’uomo poeta, del giovane uomo che risiede in ogni tempo di se stesso e della terra, può essere rappresentata da un’attenta indagine su quella entità evanescente e onnipresente, lungo tutta l’opera, che è dio: un Dio talvolta “gheriglio di stella” che insegna a svanire nell’atto stesso di fidelizzare la vita (“l’amore è la mia tirannia”); un dio anatema che tira “a sorte la vena” quando è la notte in emorragia; un dio che ha un cifrario e annuncia “il disfacimento”; un “dio delle cose lontane” che si deve ancora trovare; un “dio demente/ che scalcia nel grembo della cancellazione” e non si sente; un “dio del fiore nero” a cui si dichiara la stessa guerra che si combatte con se stessi; un “dio dei deserti” che traccia nella sete la “genealogia di un’assenza”. Sembra che l’insalvabilità dell’essere mortale sia sancita proprio da questo polimorfismo mitologico di dio che si manifesta uno e millesimo nella rappresentazione delle lacerazioni umane a cui si giunge senza “dire una parola/che sia una” ma ecco che la “retrospettiva lenta dell’infanzia” diventa misura di come l’anatema più grande è ritorno “allo stato embrionale della vita”, tragica e vitalistica “turbativa siderale/ del corpo che ritorna seme” nella vampa escatologica della parola poetica, soprattutto di quella che “non ci ha chiesto di essere vivi” e, in quest’omissione, ci ha svelato noi stessi.

Dialoghi con Amin

Giovanni Ibello

rivista Poesia Crocetti  n.5.

Gennaio 2021

 

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